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[personal profile] lafataverde
Titolo: Quasi gemelli
Fandom: original
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PG per il linguaggio
Word count (Fiumidiparole): 3104
Note: scritta per la challenge San Valentino/San Faustino di FDP


“Odio il giorno del mio compleanno. Lo odio, sul serio. Non c’è niente al mondo che io odi di più”, sbotta, esasperato, Faustino, “Mi sarebbe piaciuto nascere in un altro giorno, uno qualsiasi”.
Armida, sua sorella maggiore, lo guarda e sospira: “Fausto, a me sarebbe piaciuto chiamarmi in un’altra maniera, una qualsiasi, ma non è successo. Che devo fare? Spararmi?”.
Ma Faustino non la sta ascoltando: “Anzi, c’è una cosa che odio di più, ed è il giorno del compleanno di Vale”, puntualizza.
Vale sarebbe Valentino, fratello di Faustino e Armida. Fratello gemello di Faustino, ma, per assurdo, nato il giorno prima di lui: Valentino è nato il 14 febbraio, esattamente alle ventitré e cinquanta. Faustino, invece, è nato a mezzanotte e cinque del 15 febbraio. E la mente della loro genitrice, ottenebrata dall’epidurale, ha partorito, insieme a loro, l’idea meravigliosa di quei nomi: Valentino, perché nato il giorno di San Valentino, appunto; Faustino perché nato il giorno di San Faustino, nemmeno a dirlo.
“Se fossero nati tutti e due il 14 che avresti fatto?”, ride suo marito, ogni volta che si parla di nomi.
“Che domande!”, replica lei, “Avrei dato loro altri nomi!”. Logica inoppugnabile, in effetti.

“Mamma, perché Faustino?”, si lamenta di continuo il povero ragazzo, “Non andava bene Fausto? Eh? Cosa sarebbe cambiato?”.
“Proprio perché non c’è differenza, cosa ti importa?”, risponde immancabilmente sua madre, con un sorriso leggermente ebete.
Gli cambia che San Faustino è il patrono dei single, ma come la spieghi questa cosa a tua madre?

A voler essere precisi, è andata meglio così, dal mero punto di vista anagrafico, poiché la seconda scelta dell’incauta madre sarebbe caduta sui nomi dei nonni: Nestore ed Eleuterio. Che, con tutto il bene che uno può volere ai propri nonni, sarebbe certamente arrivato un momento in cui i due bimbi avrebbero cercato di vendicarsi.

Che poi, la cosa che più urta Faustino non è il fatto di chiamarsi Faustino. E non è nemmeno l’essere nato il 15 febbraio. Non è neppure il fatto di avere un fratello gemello che però è nato prima di lui. È un ragazzo posato, e non dà importanza a queste cose.
Quello su cui proprio non riesce a sorvolare è l’avere un fratello come Valentino.

Non esagera, Faustino: Valentino è insopportabile. Anche Armida lo dice spesso, anche se non lo pensa veramente. Lo dice per abitudine, il più delle volte con un sorriso.
Faustino no: lui, ogni volta che lo dice, lo fa con la faccia di uno che ci ha pensato su per anni e che continua a credere in quello che dice.
Valentino, ad onor del vero, sembra sul serio la personificazione della festa più consumistica che sia mai stata inventata: cinguetta invece di parlare, ha una tatuaggio sulla spalla con scritto “Love is all you need”, compra quantità infinite di rose rosse che regala ad amici e parenti. È una festa di San Valentino perenne. Vivere con Valentino è come vivere nel paese dello zucchero filato: è troppo dolce, troppo melenso e troppo. “Troppo” cosa? “Troppo”, e basta.
Più si avvicina il suo compleanno, poi, più diventa mieloso. Nella settimana che precede il 14 febbraio, le sue valentine (quegli orrendi biglietti d’auguri a forma di cuore che tanto vanno di moda nei college d’oltreoceano) si sprecano; la casa diventa un vivaio, tanti sono i fiori che regala a tutta la famiglia; impasta dolci tutto il giorno, guardando uno dietro l’altro “Casablanca”, “Un tram che si chiama desiderio”, “Love story” e, negli ultimi anni, “Romeo + Juliet”, piangendo nel frattempo. Roba da far venire una crisi di diabete a chiunque.

Faustino, di contro, è la perfetta personificazione della festa dei single. Però dei single acidi e incattiviti, non di quelli sereni che lo sono, single, per scelta. No, Faustino rappresenta il classico single per scelta altrui.
Poi, nella realtà, non è affatto così: Faustino non riesce a stare single per più di trenta giorni filati. Non riesce proprio, ha la fila sotto casa e deve sbrigarsi a smaltirla. E c’è da dire che la smaltisce molto in fretta, dal momento che non riesce a stare con la stessa ragazza per più di due settimane.

Parliamo per un istante del Teorema di Ferradini: prendi una donna, trattala male.
Questo, per i primi nove giorni, è indispensabile: chi fa il contrario perde di credibilità, la donna si sente troppo amata, di conseguenza si sente soffocare, comincia ad impensierirsi fin da subito e, per paura che la cosa diventi troppo grande, ti lascia.
Però, trascorsi i primi nove o dieci giorni, è fondamentale mollare un po’ il tiro, poco a poco, fino ad arrivare all’opposto, ovvero: prendi una donna, dille che l’ami. È un obiettivo da raggiungere nel giro di quattro mesi, se si vuol far funzionare una relazione.
Ora, l’approccio iniziale di Faustino è ineccepibile: per i primi dieci giorni si attiene perfettamente al Teorema. L’unico suo difetto è che poi prosegue su questa linea di condotta. E, logicamente, dopo quindici, venti giorni al massimo, le ragazze lo scaricano. E lui si inacidisce, col risultato che ogni ragazza viene trattata sempre peggio: ad ogni cambio è sempre più freddo e distaccato. Andando avanti così, finirà col non baciarle nemmeno più.
Stando così le cose, per forza odia l’ondata di romanticismo che suo fratello trasmette tutto il giorno, tutti i giorni.

Armida, tornando a casa la sera del 13 febbraio, ha un sussulto: l’ingresso è una cascata di gerbere, il fiore preferito di Valentino, e dalla cucina arriva un malinconico suono di pianoforte. Armida entra nella stanza: suo fratello sta farcendo una torta multistrato e piange a dirotto guardando chissà che film in bianco e nero, col quale si spiega il malinconico piano.
“Vale…”, esita Armida, “Posso chiederti dove hai trovato tutte quelle gerbere a metà febbraio?”.
Vantino si soffia rumorosamente il naso, sorride e va incontro alla sorella saltellando: “Mimì, bentornata! Sono bellissime, non è vero? Me le ha trovate Nino: non è stato un amore?”.
Nino, ovvero Antonio, è lo storico e stoico fidanzato di Valentino. Forse vi aveva già colto il leggerissimo sospetto che Valentino possa essere gay. Ebbene, lo è.
Antonio è, allo stesso tempo, l’uomo più fortunato e più scalognato del mondo: nemmeno sua madre lo ama quanto lo ama Valentino, e ciò riassume tutte le sue fortune e, al contempo, tutte le sue sfortune. A Faustino e Armida sfugge come non sia ancora scappato urlando, ma non smetteranno mai di ringraziarlo: la parte peggiore del suo romanticismo, Valentino la sfoga su di lui, riempiendolo di crostatine, biscottini e cioccolatini, preservandoli così da un’atroce morte per eccesso di zuccheri nel sangue.
Armida accenna un sorriso: “Oh, sì, è stato un pensiero davvero… carino. Ma perché così tante, Vale?”.
“Non ci sono mai abbastanza gerbere, in una casa!”, sospira Valentino, infornando la mostruosa multitorta.
Armida rimane interdetta, appoggia la borsa sul tavolo e, con un sospiro, apre il frigorifero, tracannando il succo d’arancia.
È in quell’esatto istante che, dall’ingresso, arriva un’imprecazione nemmeno troppo soffocata. Un momento più tardi, sulla soglia della cucina, appare Faustino, la borsa col computer appesa alla spalla e la giacca ancora addosso: “Abbiamo aperto un vivaio e nessuno si è degnato di avvisarmi?”, chiede, ironico.
“Tino, bentornato!”, trilla Valentino. Faustino lancia un gemito e esce dalla stanza, con aria vagamente schifata.
“Non mi ha nemmeno dato il tempo di avvisarlo…”, mormora Valentino.
“Avvisarlo di cosa, Vale?”, chiede Armida, leggermente preoccupata. La risposta non si fa attendere: dalla camera di Faustino arriva l’eco di un bestemmione degno di uno scaricatore di porto turco, e, cinque secondi più tardi, Faustino è di nuovo sulla porta, gli occhi iniettati di sangue: “Vale, che cazzo ci fanno tutti quei fottuti fiori sul mio letto?”.
“Stavo per dirtelo, ma sei scappato via: non sono riuscito a farli stare tutti nell’ingresso, e così ho pensato di metterli in camera tua…”, pigola Valentino, e poi aggiunge: “Ti prego, fratellino, non usare più quelle brutte parole! Lo sai che sopporto le bestemmie!”.
Faustino ha una vena sulla tempia che pulsa in modo molto pericoloso quando comincia a gridare: “Ti prego non usare quelle brutte parole?! Ti prego?! Io ti avrò pregato mille volte di non scocciarmi con le tue stronzate da festa degli innamorati, ma a questo punto comincio a pensare che le preghiere non servano a niente, Vale! Togli di corsa quelle piante dalla mia camera o, giuro su Dio, questa volta te le faccio mangiare!”. Detto questo, afferra con rabbia la giacca ed esce di casa, sbattendo la porta.

Armida lo raggiunge correndo quando è quasi arrivato in palestra: “Fausto!”, lo chiama, “Aspettami!”.
Fausto si ferma e aspetta che la sorella lo raggiunga. Armida si appoggia al muro per riprendere fiato: “Ti ho portato la sacca”, dice, ansante.
“Come sapevi che sarei venuto qui?”, le chiede lui, togliendole il borsone dalle mani.
Armida sorride: “E dove saresti potuto andare, arrabbiato com’eri?”.
Faustino sorride alla sorella: “Grazie, Mida”.
“Vengo con te”, replica lei, e i due si avviano verso la palestra.
Dopo un attimo, però, Armida si ferma e lo costringe a voltarsi: “Vale c’è rimasto davvero molto male, sai? Voleva solo farti una sorpresa”.
Faustino ha un moto di repulsione: “Mida, io odio le gerbere. Come pensava di farmi una sorpresa, invadendomi la camera da letto dei fiori che odio?”
“Lo so, Fausto, lo so. Ma tu sai anche che Vale a queste cose non pensa mai. A lui piacciono da matti, le gerbere, eppure le ha regalate a te, invece che mettersele in camera sua. È il gesto che conta”.
“Il gesto un corno, Mida! Non sopporto più tutte le sue smielate da San Valentino. Passi i dolci, passi vedere per la miliardesima volta Humprey Bogart non salire su quel cazzo di aereo, passi perdere la finale di Champions per chiacchierare un po’ tra fratelli, ma la mia camera trasformata nella foresta pluviale no! Questo non lo accetto!”, sbotta Faustino, “E se mamma oserà ripetermi per l'ennesima volta di non essere così duro con lui, giuro che me ne andrò di casa!”.
Armida abbassa lo sguardo: “È difficile per tutti, Fausto, ma non puoi reagire così. In fondo, è tuo fratello. Non farebbe mai qualcosa apposta per darti fastidio”.
“Apposta o non apposta, ci sta riuscendo lo stesso”.
Rimangono in silenzio per un bel po’. Poi Armida sospira, guardando l’ora: “Io torno a casa: è tardi e non ho voglia di andare in palestra. Tu che fai?”.
“Vado lo stesso. Ho bisogno di sfogarmi. Di’ a mamma di non aspettarmi per cena”.
Armida sospira di nuovo: “Come vuoi”, risponde, poi gira sui tacchi e torna a casa.
Nelle due ore seguenti, Faustino fa di tutto per dimenticare la faccia di suo fratello: prendi a pugni il sacco da kick-boxing, macina chilometri sul tapis roulant, si distrugge i bicipiti coi pesi. Tutto inutile, naturalmente: l’espressione ferita a morte di Valentino è ben impressa nella sua mente.
Esce solo quando l’ultimo istruttore lo prega di andarsene perché gli piacerebbe chiudere la baracca e tornarsene a casa.
Cammina lentamente, tirando calci a tutti i sassi che incontra. Non è più arrabbiato con Valentino: piuttosto è incavolato a morte con se stesso per averlo trattato così male. Non che non gli sia mai capitato di gridargli contro, ma questa volta gli sembra di avere particolarmente esagerato.
Quando arriva a casa, sua madre è seduta al tavolo della cucina e sta guardando la televisione: “Ciao, patatino di mamma”, lo saluta sorridendo.
“Ciao, mà”, bofonchia lui. A quanto pare, Valentino non si deve essere lamentato della sua sfuriata, altrimenti si sarebbe trovato appeso al muro in tempo zero. Appende la giacca nell’ingresso e entra in camera sua: l’odore di negozio di fiori aleggia ancora nell’aria, ma le gerbere sono sparite. Stranamente, la cosa non gli fa piacere come avrebbe pensato. Sbuffa, chiude la porta e butta la sacca in un angolo; poi si lascia cadere a peso morto sul letto, il tutto senza accendere la luce.
Suo padre rientra dal turno di lavoro; Faustino lo sente fare una doccia e sedersi a tavola con sua madre. Dopo un’oretta o poco più, li sente andare a letto. Attraverso il vetro smerigliato della porta vede la luce accesa in camera di sua sorella, e per un attimo pensa di andare da lei; prima che prenda la decisione definitiva, però, Armida spegne la luce per andarsene a dormire.
Allora tenta di dormire anche lui.
Alle due del mattino, prende atto dell’inutilità del tentativo e si alza.
Si dirige in cucina, ruba una sigaretta di suo padre ed esce a fumare sul balcone, coi gomiti appoggiati alla balaustra.
È lì da nemmeno cinque minuti, quando Valentino esce, stringendosi nel giaccone, e si appoggia vicino a lui: “Ciao”, lo saluta, titubante.
“Ciao, Vale”, risponde lui, sospirando.
“Non riesco a dormire”.
“Nemmeno io”.
“Già”.
“Già”.
“Ti disturbo, o posso stare con te?”.
“Fai pure”.
Silenzio. Faustino cerca disperatamente una parola con cui cominciare il discorso, ma la sua mente è una tabula rasa. Fortunatamente, gli viene in aiuto suo fratello: “Mi dispiace per oggi”, dice, “Non ricordo mai che odi le gerbere”.
Faustino gli è grato per aver introdotto il discorso: “No, Vale, è a me che dispiace. Sul serio. Non so cosa mi è preso, non volevo essere così duro”.
Valentino si stringe nelle spalle: “Tino, non è niente, davvero… è stata colpa mia…”.
“No, Vale”, lo interrompe, voltandosi verso di lui. Per un istante rimane interdetto, come se qualcuno lo avesse colpito allo stomaco con un pugno: per la prima volta nella sua vita si rende conto di quanto loro due siano diversi. Guarda il fratello, chiuso nella giacca, che trema per il freddo; fa caso per la prima volta a quanto abbia i lineamenti fini, le braccia delicate, i capelli scomposti ad arte. Fa il confronto mentale con l’immagine di sé: in maglietta di cotone a metà febbraio senza l’accenno di un brivido di freddo, i capelli corti, gli zigomi più definiti. Non gli sembra nemmeno suo fratello. Poi però si concentra sul taglio degli occhi, delle labbra, sull’attaccatura dei capelli, sulla forma delle mani. E sorride. Un sorriso enorme, un sorriso da ringraziare per le orecchie, se no la bocca gli farebbe il giro della testa. Abbraccia d’impulso il fratello, che sobbalza, stupito, e poi ricambia l’abbraccio.
Ed è lì, sul balcone, con la faccia seppellita nell’incavo del collo di Valentino, che Faustino scoppia a ridere e piangere insieme: “Mi dispiace, Vale. Mi dispiace. Dio, come ho potuto trattarti così male? E tu che mi chiedi scusa! Non devi chiedermi scusa tu! Devi pretendere le mie, di scuse, e poi rifiutarle, dirmi che sono una merda, insultarmi! E poi pretendere che ti chieda di nuovo scusa! Questo devi fare, Vale! Fammi sentire un verme all’idea che tu stia male per colpa mia! Dio, Vale! Sei mio fratello, Cristo santo! Mio fratello! E io ti tratto come se fossi l’ultimo degli stupidi solo perché non la penso come te sui dolci, sulle gerbere e sui vecchi film romantici! Ma come puoi sopportarmi? Se fossi al posto tuo, mi sarei già preso a schiaffi mille volte! Vale! Vale, io ti voglio bene!”. Poi smette di parlare, e comincia a piangere seriamente, stringendosi addosso il fratello.
Valentino non dice niente, per un po’: lo stringe a sua volta e si sente salire le lacrime agli occhi, mentre aspetta che Faustino si calmi. Questi, dopo qualche minuto, esaurisce le lacrime, tira su col naso un paio di volte e, senza sciogliere l’abbraccio, mormora: “Vale, per favore… di’ qualcosa…”.
“Tino…”.
“Sì?”.
“Mi stai strozzando”, geme Valentino.
Faustino lo lascia subito andare: “Oh, scusa. Non… non l’ho fatto apposta. Sai, è che non sono abituato a…”, si scusa, facendo un cenno che potrebbe indicare qualsiasi cosa nel raggio di un metro e mezzo.
Valentino sorride: “…ad abbracciare la gente”, conclude, “Lo so. E so anche che odi il romanticismo e tutto ciò che è ad esso collegato, festa di San Valentino inclusa. Quindi, di riflesso, odi anche me, che sono nato in questo giorno infausto”.
“Io non ti odio!”, esclama Faustino, risentito, “Odio tutto quello che hai elencato, ma non te!”.
Valentino sorride di nuovo: “Era per dare un’idea, Tino. Lo so che non mi odi: me l’hai appena dimostrato con quella specie di abbraccio-morsa. E comunque, non ho intenzione di insultarti o costringerti a ripetermi le tue scuse più volte: una volta sola, ma ben fatta, è più che sufficiente. Sei stato davvero convincente, te l’assicuro. Però c’è una cosa che voglio chiederti, ma mi devi promettere che non mi aggredirai”.
“Ti prometto tutto quello che vuoi, Vale”.
“Allora dimmi: perché odi tanto tutto questo?”.
Faustino non sa bene cosa rispondere. Infatti rimane zitto, con la bocca semiaperta in un’espressione davvero poco intelligente. “Non lo so”, ammette, alla fine, “Non mi è mai piaciuto esternare i miei sentimenti, lo sai. A volte sono davvero convinto che dipenda dal giorno in cui siamo nati: tu sei sotto il roseo influsso di San Valentino, a me è toccato il pessimismo della festa dei single…”.
Valentino sorride, ma è un sorriso poco convinto: “Tino, so che prendere esempio da me è da fuori di testa, ma potresti provare a prendere spunto da un comportamento più… normale, diciamo. Come quello di Mimì, che abbraccia le sue amiche e riesce a sopportare di stare insieme alla stessa persona per più di quindici giorni di fila. Cose normali, insomma. No”, aggiunge, vedendo che l’altro sta per interromperlo, “Non ti sto dicendo di abbracciare i tuoi amici: lo so benissimo che non è una cosa che si possa fare con tranquillità, fra voi eterosessuali. Ti sto solo dicendo di lasciarti andare un po’ di più”.
“Non riesco”, mormora Faustino, tenendo lo sguardo basso.
Valentino esita un attimo: ha un’idea, ma non sa se sia il caso di esprimerla. Alla fine, si lancia: “Forse la colpa è mia”, dice.
Faustino lo guarda senza capire.
“Sì, insomma… sempre a saltellare e riempire di piccoli cuori rosa immaginari l’aria attorno a me… Forse la mia eccessiva esuberanza ti ha fatto venir fuori il desiderio di cancellare tutte questa cazzate con un atteggiamento da Re delle Nevi”, spiega.
“Può darsi. Non avevo mai valutato quest’opzione, in effetti. Ho sempre visto il mio rifiuto come risposta al tuo amore; non mi è mai passato per la testa che causa ed effetto potessero essere invertite… Ma, in ogni caso, non è da attribuire a te, la colpa. Insomma, tu sei tu. Non posso costringerti ad essere in un altro modo solo per poter cambiare io!”, replica Faustino.
“Però sapendo la causa, si riesce a risolvere il problema”, suggerisce Valentino, sempre sorridendo.
“Già”, sorride Faustino a sua volta.
Si abbracciano di nuovo, e questa volta Faustino fa bene attenzione a non far inghiottire i polmoni al fratello.
“Rientriamo?”.
“Te ne sarei grato: sto morendo di freddo”.
I due rientrano, rappacificati. Davanti alla camera di Valentino, Faustino abbraccia ancora una volta il fratello: “Tino, non esagerare: non sei abituato!”, lo prende in giro l’altro.
“Da due ore è il tuo compleanno: volevo farti gli auguri per bene, per una volta. Non prenderci l’abitudine”, sorride di rimando Faustino.
Poi se ne vanno a letto. Questa volta, Faustino si addormenta subito.

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