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[personal profile] lafataverde
Titolo: Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
Fandom: RPF
Pairing: Bartali/Coppi
Rating: 
R
Word count (Fiumidiparole): 1071
Note: 1) Per la p0rnosa terza settimana del
WWF (Warning Weeks Fest) di Fiumidiparole; prompt: RPF Ciclismo, Bartali/Coppi, dopo gara. *sparge fiori sotto i piedi di chiunque abbia promptato questa cosa meravigliosa al P0rn Fest 2009*

2) L’intera vicenda umana raccontata è di pura invenzione, a scanso di denunce. Tutto il resto, però, è vero: le tappe, i soprannomi, i chilometri. Tutto, anche la fotografia


3) Tutte le altre note sono in fondo, sennò vi rovino la sopresa. E rompo l'anima a chi vuole solo leggere senza farsi pippe mentali, ovviamente

 
 
E tramonta questo giorno in arancione
e si gonfia di ricordi che non sai
mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai
[...]
Tra i francesi che si incazzano
e i giornali che svolazzano
c'è un po' di vento, abbaia la campagna
e c'è una luna in fondo al blu

(“Bartali”, Paolo Conte)

Poi lassù
contro il cielo blu
con la neve che ti canta intorno
e poi giù
non c’è tempo per fermarsi
per restare indietro
(“Coppi”, Gino Paoli)

“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi. Il Campionissimo rende indimenticabile anche la giornata di oggi. Decima tappa del trentanovesimo Tour de France: Losanna - L’Alpe-d’Huez. Chilometri: duecentosessantotto.
Coppi si riprende la Maglia Gialla dopo averla ceduta in prestito per un giorno al compagno di squadra Andrea Carrea. Mentre guardiamo le immagini dell’arrivo e della premiazione, in cui il Nostro è sommerso di fiori, il fotografo Carlo Martini ci racconta di una fotografia che, ne siamo certi, diventerà storica…”
Si allontanò velocemente dalla voce di Ferretti: ancora non capiva come fosse possibile che, anche in Francia, le televisioni prendessero la RAI. Non aveva voglia di sentire una storia che aveva vissuto: il giornalista era bravo, e lo era stato anche il fotografo in questione, ma sicuramente avrebbero gonfiato la cosa fino a renderla di proporzioni nazionali. Avrebbe affrontato il tutto una volta finito il Tour: ora, tutto quello di cui aveva bisogno era una doccia, seguita da una cena leggera, e poi una bella dormita. Era stanco, e la tappa del giorno dopo sarebbe stata altrettanto estenuante, ma era intenzionato a vincere anche quella: l’arrivo era al Sestrières, e non poteva deludere i fans della sua regione.
Scivolò quindi elegantemente fuori della hall, dove una cinquantina di persone fissava come ipnotizzata il piccolo televisore, e si rintanò nella sua camera.

Non aveva avuto nemmeno il tempo di spogliarsi, quando bussarono alla porta: tre colpetti leggeri, che potevano annunciare solo una persona. Andò ad aprire, e, senza neanche guardare, si fece da parte, mentre Gino Bartali entrava.
Bravò, Campionissimo”, lo salutò.
Fausto tirò su a forza un angolo della bocca in una specie di sorriso: “Grazie”.
“Credi che ne parleranno a lungo, di quella fotografia?”, chiese Gino.
“Almeno fino a che non diremo loro chi di noi due è stato a passare la borraccia all’altro”, rispose Fausto.
Gino si fece pensieroso: “Allora non diremo nulla: che pensino quello che vogliono. Così non smetteranno mai di parlarne”.
Fausto sorrise all’idea: “Non credo che sarà una storia lunga, comunque: fra qualche mese non se ne ricorderà più nessuno”.
“Vedremo…”, fu la risposta del più vecchio.
Rimasero in silenzio per un po’: Gino guardava fuori della finestra, fissando chissà cosa; Fausto gironzolava per la stanza, spostando i pochi soprammobili e raddrizzando i quadretti.
“Allora, ti sei stancato abbastanza?”, chiese Gino d’un tratto, senza voltarsi verso di lui.
Fausto, invece, si girò: “Cosa vuoi dire?”, chiese, perplesso.
“Voglio dire che la tappa di domani la vinco io”, fu la risposta. Gino continuava a fissare oltre il vetro.
“Ne sei sicuro?”.
“Più che sicuro. Questa tappa l’hai vinta di fortuna, ma non hai il fisico adatto per affrontare due fatiche del genere di fila. Domani la tappa è mia”. Il tono di Gino era molto risoluto, ma Fausto lo trovò leggermente infantile.
“Che succede? Sei stanco di essere sempre dietro di me?“, gli chiese, prendendolo bonariamente in giro.
Allora l’altro si voltò: “Tu sei nato per infastidirmi, acquaiolo”.
“Non vorrei che tu mi attribuissi troppi meriti, Ginettaccio”, sorrise Fausto.
Sorrise anche Gino, e si fissarono per un lungo, intenso istante, prima di avvicinarsi ancora un po’ e baciarsi.
Niente di tenero o romantico, s’intenda: se Ferretti avesse assistito alla scena, l’avrebbe descritto come “uno dei tanti scambi di liquidi che i veri sportivi non negano all’avversario in difficoltà”.
Era così: si baciavano per necessità. Le mani sulle spalle dell’altro, gli occhi semichiusi; nelle loro labbra c’era una sottile voracità, come quella che ti prende quando ti trovi a metà dello Stelvio, spingendo con forza sui pedali di una bicicletta che pesa quattordici chili buoni. Quando ti trovi su una salita del genere, un sorso d’acqua ti fa ritrovare il fiato, il sangue e le gambe. Per loro, in quel momento, valeva lo stesso discorso, e quel bacio faceva dimenticare la stanchezza, il male ai muscoli e la fatica provata. E, dopo un minuto, erano entrambi senza vestiti, allacciati l’uno all’altro sotto le coperte, baciandosi sempre con più foga, succhiandosi via vicendevolmente il sudore dalla pelle.
Non ci avrebbero visto niente di strano nemmeno se gliel’avessero fatto notare: per loro era un modo per sfogare la tensione del dopo gara. Non facevano nulla di male, in fondo.
Del resto, si apprezzavano l’un l’altro, nonostante spesso dicessero il contrario. Tra loro c’era stima. E sì, anche affetto. Fiducia incondizionata. Se non ci fosse stata, d’altro canto, Fausto non si sarebbe mai arreso così facilmente a Gino, che, invece, lo portava oltre il limite del piacere ogni volta. Ogni tanto, la fretta, l’urgenza e, talvolta, l’irritazione portavano il più vecchio a non preparare l’altro a dovere. E questo era uno di quei casi. Ma Fausto non ci fece caso, troppo concentrato sul petto di Gino premuto contro la sua schiena: la pelle era talmente calda che sembrava dovesse prendere fuoco da un momento all’altro.
Quando l’amico fu tutto dentro di lui, cominciarono a spingere a ritmo regolare. Le volte in cui correvano diretti verso lo stesso obiettivo non si contavano; ma, in questi casi, correvano insieme, che è ben diverso.
“Vieni”, mormorò Fausto ad un tratto, “Vieni dentro di me, prima di me”.
E Gino non si fece pregare.

Più tardi, lavati, asciugati e rivestiti, Fausto si preparava per andare a cenare. Gino, che stava per tornare in camera sua, si fermò un istante sull’uscio e si voltò a fissare l’altro: “Fausto”, lo chiamò.
“Sì?”.
“Me la togli una curiosità?”.
“Se posso”.
“Perché me l’hai chiesto con quel tono? Di solito preferisci… insomma, di solito vuoi… prima tu”, si imbarazzò Gino.
Fausto sorrise, sghembo: “Oh, è semplice: siccome eri dietro di me, come sempre, ho pensato di farti una gentilezza, facendoti arrivare per primo, tanto per cambiare un po’…”.
Gino rimase a fissarlo a bocca aperta: non voleva credere alle sue orecchie! Poi decise di risolvere la cosa come sempre: “Acquaiolo”, borbottò fra i denti, “La vedremo domani”. E se ne andò sbattendo la porta.

Il giorno seguente, Fausto Coppi vinse l’undicesima tappa del Tour de France 1952.
Ferretti fece la sua solita radiocronaca perfetta, ma non notò lo scambio di sguardi fra i due avversari: se ci avesse fatto caso, avrebbe certamente visto il Campionissimo sorridere in direzione di Ginettaccio. E Bartali rispondere con una strizzata d’occhio.
Probabilmente, se si fosse accorto di tutto questo, avrebbe tradotto il tutto con: “Fausto Coppi sbaraglia il suo antagonista sulla strada. Ma Gino Bartali non si fa intimorire, e le sue parole sono di sfida: la tappa di oggi non è ancora finita, acquaiolo”.
Terminarono la tappa come sempre: sotto le lenzuola. Vinse Bartali, ma la Maglia Gialla rimase a Coppi.


Note:
La frase d'inizio, “Un uomo solo al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”, Ferretti l’ha pronunciata davvero, ma la tappa era la terzultima del Giro d’Italia del 1949. Non so se l’abbia più ripetuta, né se nel 1952 fosse ancora lui a fare la radiocronaca, ma queste sono piccole licenze poetiche che mi sono presa. Probabilmente non è una cosa realistica che negli anni ‘50 in Francia si prendesse la RAI; ma, in fondo, c’è ben poco di realistico in questo racconto. Per cui, prendete anche questa come una licenza poetica.

Bartali chiamò Coppi “acquaiolo” durante una tappa del Giro del 1940: sul passo Rolle, Coppi ebbe una crisi, non riusciva più a pedalare. Si fermò al ciglio della strada e scoppiò a piangere, deciso a ritirarsi. Bartali, che si trovava poco più avanti, vista la scena, tornò indietro, e, usando modi affatto gentili, lo spronò a riprendere la corsa. “Acquaiolo”, a quanto ne so, è un termine usato in Toscana con tono dispregiativo verso chi non beve vino, come a dire "sei un uomo da poco". Dal momento che Coppi era piemontese (e dunque con alta probabilità non sapeva del doppio significato che la parola prendeva in bocca a Bartali) ed è sempre stato astemio, non sentì qualcosa che potesse offenderlo. Difatti lui non si offese: incalzato dall'amico, anzi, vinse il Giro d'Italia anche quell'anno.



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